Addio #Rolihlahla, ciao #Madiba

“Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare , per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso…

L’ambiente più della natura  è responsabile nel plasmare una personalità ma c’erano in mio padre un ribellismo orgoglioso, un ostinato senso della giustizia , che io riconosco in me stesso.

Quando mio padre morì non ricordo tanto il dolore di quella perdita, quanto la sensazione di sentirmi perso. Lui era per me un modello. La sua morte mi cambiò totalmente la vita.

La prima volta in cui vidi Jongintaba mi sentii come un giovane albero a cui avessero strappato il tronco e le radici dal terreno e li avessero scaraventati in un ruscello, alla cui forte corrente non riuscivo ad opporre resistenza. Non avevo mai pensato al denaro, alla posizione sociale, alla fama, al potere. Ad un tratto mi si dischiudeva un nuovo mondo. In quell’istante vidi che la vita poteva riservarmi qualcosa di più che non diventare un campione di lotta col bastone.

La confortava sapere che, per quanto le sarei mancato, nelle mani del reggente  avrei avuto migliori opportunità di vita che nelle sue.

Justice aveva 4 anni più di me e fu il mio primo eroe dopo mio padre.

Ricordo sempre il detto del reggente: un capo è come un pastore, sta dietro al gregge e fa in modo che le pecore più sveglie vadano avanti, così che le altre siano stimolate a seguirle senza rendersi conto che per tutto il tempo c’è alle spalle qualcuno che le guida.

Anche dopo l’esperienza di Clarkebury nel cuore ero ancora un thembu il mio destino era di rimanere alle radici il mio orizzonte non si estendeva  oltre i confini del Thembuland…

Non c’è come tornare in un luogo che è rimasto immutato per avere la misura dei propri cambiamenti. La mia vita a Johannesburg, le mie esperienze nello studio legale avevano radicalmente mutato le mie idee. Il giovane che aveva lasciato Mqhekezweni appariva ora i miei occhi come un ragazzo ingenuo e provinciale che conosceva assai poco del mondo.  Ero convinto di vedere le cose come realmente erano. Ma era un’illusione.

Non mi sentii mai a mio agio nell’università. Il fatto di essere l’unico africano, oltre a quelli che svolgevano lavori servili,  di essere visto nel migliore dei casi come una curiosità e nel peggiore come un intruso, non fu un’esperienza piacevole.

Un bambino africano nasce in un ospedale per soli africani, viene portato a casa in un bus per soli africani, viaggia su treni per soli africani, può essere fermato in qualsiasi momento e deve esibire un lasciapassare o sarà arrestato. La vita di un africano è circoscritta da leggi e regolamenti razzisti che minano la sua crescita, intaccano il suo potenziale, e gli tolgono la gioia di vivere. Non c’è stato un momento particolare in cui mi sono detto: da ora in poi combatterò per la libertà. Mi sono ritrovato a farlo e non potevo fare altrimenti”.

(seguirà…forse)

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