L’impotenza di vetro

165 delegazioni, 120 tra capi di stato e di governo, tutti riuniti a New York nel palazzo di vetro dove, come ogni anno a fine settembre, va in scena la grande assemblea generale. Vede fianco a fianco amici e nemici storici, Obama e Ahmadinejad, ebrei e musulmani, occidente e oriente.
“L’attacco ai nostri civili a Bengasi e’ stato un attacco all’america- dice il presidente- il futuro non puo’ appartenere a chi calunnia Maometto. Ma per essere credibili,coloro che condannano queste calunnie devono condannare anche l’odio che vediamo quando l’immagine di Gesu’ Cristo viene dissacrata, le chiese vengono distrutte e l’Olocausto viene negato”. Parole sagge, accolte nel silenzio. Cosi’ come gli auspici di Obama, uno stato ebraico che viva in sicurezza e una Palestina indipendente. E la minaccia all’Iran: il tempo della pazienza sta per scadere. Il numero uno del palazzo di vetro Ban Ki Moon si e’ detto preoccupato della guerra di parole in atto tra Israele, Iran e Stati Uniti: se si concretizzasse, avrebbe effetti devastanti. Una guerra verbale che c’e’ sempre stata in realta’. Quel che emerge e’ che ormai quello che si ripete ogni anno all’Onu e’ un rito stanco. Discorsi che cadono nel vuoto, lasciando emergere l’impotenza di un organismo che non riesce piu’ a incidere sulla storia. I morti in Siria, gli attentati in Iraq e Afghanistan, le stragi nelle chiese in Nigeria, sovrastano le belle parole dei leader e anche le loro minacce reciproche.

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