LA PRIMA VOLTA…

Sui pullman alle 5 del mattino  in religioso silenzio, forse per  il sonno, o per la tensione.  La città che non dorme mai è affollatissima: migliaia di persone si muovono  per raggiungere lo stesso punto:  Staten Island,  il Ponte di Verrazzano.  Suggestivo lo skyline di Manhattan di notte dal ferryboat. Fa un freddo cane . Abbiamo tute pesanti e giubbotti vecchi che poi butteremo, ma stare fermi per più di 4 ore con 0 gradi e vento non è il massimo.  Si inganna il tempo vagando qua e là, bevendo tè caldo, mangiando bagel e facendo molte visite ai bagni chimici. La tensione si fa sentire. Tutti vengono per partecipare, ma molti  vogliono anche  fare bene, ognuno con il suo obiettivo. Sarà una scoperta dei limiti del nostro fisico. Di maratone ce ne sono tante ma questa è qualcosa in più:  è un vulcano di emozioni condivise con milioni di persone, runner e semplici tifosi, che per un giorno ti fanno sentire un vero eroe, un vero campione.

Finalmente si sale sul ponte di Verrazzano, siamo in tenuta da gara, c’ è un’ euforia incredibile, tutti urlano e cantano sulle note di Frank Sinatra. Stiamo partendo. Bisogna cominciare piano non lasciarsi trasportare dalle emozioni, non è semplice,  i piedi volano nonostante la salita. A Brooklyn c’è  un’atmosfera fantastica: 17 km di tifo continuo, tutte le razze e i colori, vecchi e bimbi, complessi musicali improvvisati, poliziotti e i mitici vigili del fuoco che applaudono. Eccola la Maratona di New York diversa da tutte le altre :  una partecipazione popolare che non ha eguali. E’ una festa, una grande festa… I rifornimenti con acqua e gatorade , le banane passate dal pubblico,  i cori gospel sui gradini delle Chiese: 21 km passano in fretta ma si sa, la vera maratona comincia da qui in poi.

Il primo punto duro è il Queensboro Bridge che collega il Queens a Manhattan. Non c’è il pubblico, è salita, si rallenta nel silenzio rotto solo dal fiato affannato e dal rumore dei piedi sull’asfalto.  Poi la discesa, l’apoteosi alla curva siamo sulla First Avenue, il famigerato “Canyon” bestia di tutti i maratoneti: 6 km dritti verso il Bronx con una quantità indescrivibile di persone in delirio. E’ tutto un saliscendi, un fiume di gente che corre con lo stesso obiettivo: arrivare a Central Park. Per sfida con sé stessi o con l’amico, per dire io c’ero,  per scommessa, per provare un’emozione fortissima, per segnare un cambiamento nella vita. 45mila persone che corrono insieme 42 km dopo mesi di dura preparazione hanno tutte un buon motivo.

Cominciano i crampi, il cosiddetto “muro”, le gambe sono di piombo. Ecco Harlem poi la Fifth avenue e infine Central Park..ancora un tifo clamoroso ,ci si fa meno caso,  troppa stanchezza ma il trionfo è vicino, conto alla rovescia sono i km più duri, ormai è fatta, non bisogna mollare, attorno qualcuno vinto dai crampi cammina. 26esimo miglio, si vede il  traguardo. Delirio, musica a palla, tripudio, urla di gioia,  lacrime che si mischiano al sudore, una felicità immensa, indescrivibile.

La medaglia e la foto ricordo,  poi il silenzio dello sfinimento assorbe tutto, resta solo il fruscio dei teli dei runner . Grazie New York, siamo maratoneti.

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